Una domenica sera di metà novembre, arrivare sotto casa tua, parcheggiare la macchina, scendere, vedere quella lucina della sala da pranzo accesa, avvicinarsi al portone e suonare al tuo campanello. Un'ombra si avvicina alla finestra e, timidamente tu, ti sporgi dal davanzale della finestra, scrutando un po' a fatica nell'oscurità:
"Chi è?", domandi.
"Il lupo", rispondo io.
Mi apri il portone, entro, inizio a salire le scale, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, e puntualmente tra il settimo e l'ottavo gradino, la tua voce per le scale:
"Fabrì?".
Continuo a salire, ti sorrido, ti saluto, ti abbraccio, entriamo in casa e dietro di noi si chiude la porta. Insieme andiamo verso quella sala da pranzo illuminata, ci sediamo, vicini.
"Come stai? E' venuto qualcuno a trovarti oggi?" ,
"Sì. Voi, tutti."
E' stato bellissimo leggerti quel sorriso vero, sincero, discreto, calmo e tranquillo sul viso.
Mi hai scaldato il cuore, nonna.
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