venerdì 6 novembre 2009

Internet come una droga



Drogati da internet? Ci si cura anche in Italia


Il nome tecnico è "Internet Addiction Disorder", termine introdotto per la prima volta dal dottor Ivan Goldberg nel 1995 e pare che anche gli italiani comincino ad esserne affetti. In (altre) tre parole? Drogati-da-internet.
L'espressione vi ricorda qualcosa? Già in passato avevamo parlato di patologie legate all'eccessivo utilizzo di internet e delle sue applicazioni più in voga (social networks in primis) e anche dei discutibili metodi che erano applicati per "curare" i soggetti malati. Da ieri, anche in Italia (a Roma, al Policlinico Gemelli), è attivo un centro di cura per la dipendenza da internet. Di ben altro spessore (e metodologie), ovviamente. Alla sua guida c'è Federico Tonioni, psichiatra, responsabile dell'ambulatorio nonché coordinatore dell'associazione 'La Promessa', che collabora all'attività.
Sentito da Wired al riguardo, il Dott.Tonioni ha affermato che l'idea gli è venuta documentandosi su iniziative similari create all'estero (Usa in primis, dove i pazienti vengono curati) e basandosi sulle testimonianze di alcuni pazienti già in cura per altre tipologie di dipendenza. "Oggi la maggioranza dei tossici si trova in uno stato di "poliabuso" (più dipendenze da sostanze diverse) invece di "scegliere" una sola sostanza e dipendere solo da quella, quindi i modelli classici non sono più utilizzabili".
"Internet non è da demonizzare, è l'evoluzione del pensiero umano, uno strumento il cui utilizzo è diventato inevitabile, tuttavia alcune persone sviluppano nei suoi confronti una dipendenza nociva. L'ipertesto aumenta la possibilità di perdersi nella Rete, la persona comincia a dare segni di dissociazione dal mondo esterno, il tempo scorre più velocemente, le coordinate spazio temporali cambiano e se da un lato il soggetto vede diminuita la sua capacità d'attesa, dall'altra soffre di una vera e propria bulimia di informazioni e vede la sua compulsività aumentata".
I social network salgono (parzialmente) sul banco degli imputati: "sui social network, una persona rischia di perdersi: da un lato può finire per esasperare il controllo sulle persone che gli sono vicine (si pensi al fidanzato che crea account finti per vedere se la sua ragazza lo "tradisce" virtualmente), dall'altro tende a sentirsi in dovere di rispondere ad ogni feedback, a dare sempre un'immagine di sé distorta (postare solo le foto nelle quali si è venuti bene), a perdere l'amicizia vera (unica, l'amico del cuore di una vita) in favore di quella virtuale (decine o centinaia di contatti che spesso nemmeno si conoscono). Paradossalmente, ma non troppo, il paziente spesso sa di esserlo ed i suoi sintomi sono chiari: "Appena fuori dal web prova angoscia, non ha interesse per nessun'altra attività, appena arrivato a casa si fionda sul computer e ci resta per ore".
La terapia, per fortuna, è meno "invasiva" rispetto a quella sperimentata altrove: si parte con dei colloqui conoscitivi, nei quali si torna finalmente a mostrare il vero lato di sè, grazie alla comunicazione non verbale (su Facebook o Twitter nessuno ti vede arrossire) ai quali seguono incontri che prevedono l'inserimento progressivo in gruppi di riabilitazione, nei quali la persona torna ad essere sé stessa (non più un avatar o una foto). "Il gruppo dà un riacquisito senso del limite, del contatto, dell'essere visti da vicino, di non potersi mascherare". E' prevista anche la terapia farmacologica, ma solo in casi particolari ed è strettamente funzionale alla partecipazione ai gruppi di sostegno.
La casistica per ora non c'è, il percorso è appena iniziato e non si può parlare ancora di tempi di guarigione per i primi pazienti: "Per contenere un sintomo non ci vuole molto, per cambiare la struttura sottostante al sintomo ci vuole più tempo". Consigli ai genitori per evitare che il proprio pargolo cada in questa dipendenza? "Stare con i propri figli senza però pensare di controllarli". Eh, fosse facile. A proposito, voi quante ore trascorrete davanti al computer?



Andrea Chirichelli, Wired.it, 3 novembre 2009

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